Lula e il movimento serbo: lezioni per la sinistra italiana
Il voto in Serbia parla chiaro, così come quella in Brasile: ci dimostrano che la destra nazionalista e suprematista si può battere, e che è possibile farlo quando si hanno idee radicali e ferme.
Tante volte in questi anni abbiamo sentito la frase, ormai diventata un meme, «la sinistra riparta da…». Oggi forse possiamo dirlo: può ripartire da una vittoria in rimonta incredibile, quella che consegna a Lula il quarto mandato in Brasile, dopo essere arrivato secondo al primo turno e dopo una campagna elettorale feroce dell’estrema destra dei Bolsonaro, sostenuta direttamente da Trump. Lula, il sindacalista che non ha mai lasciato le piazze Lula è un personaggio che non ha bisogno di presentazioni: la sua storia è costellata di grandi battaglie sindacali. Leader della sinistra globale, ha attraversato tante fasi e tante critiche, il carcere, l’esclusione dalla politica, ma è sempre riuscito a restare sulla cresta dell’onda. Grazie al sostegno delle masse popolari, le stesse che guidava da sindacalista.
Al primo turno tutti lo davano per finito. Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente condannato per il tentato golpe, lo aveva superato di due punti, e fino al giorno prima del ballottaggio le proiezioni lo davano favorito. Lula non ha inseguito l’avversario sul terreno della paura e della sicurezza. Ha parlato di sovranità, di democrazia, di chi il Brasile lo tiene in piedi lavorando, ed è tornato a cercare voto per voto quel popolo del Nordeste e delle periferie che non lo ha mai abbandonato. Il risultato è stato il più alto numero di voti della sua storia.
E la reazione degli sconfitti ci dice molto: Bolsonaro jr che chiede l’annullamento del voto, Trump che parla di elezioni truccate. È la stessa grammatica che abbiamo visto a Washington il 6 gennaio e a Brasilia l’8 gennaio. Esiste un’internazionale della destra nazionalista, con le sue regie e i suoi finanziatori. La sinistra vince quando la riconosce per quello che è, e non quando prova a imitarne i toni. Serbia, una generazione contro Vučić In Serbia lo scenario è completamente diverso. Aleksandar Vučić era al potere da quattordici anni e il suo nazionalismo nascondeva un sistema fondato sulla corruzione. Il movimento che ha vinto le elezioni domenica è nato quasi due anni fa, dopo il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, costato la vita a sedici persone. Un movimento cresciuto nelle piazze, criminalizzato e represso, persino – secondo le denunce – con armi sonore, ma che non ha ceduto e ha continuato a organizzarsi per chiedere un cambiamento radicale del sistema.
Per gli studenti quella pensilina ha rappresentato il crollo di un sistema fatto di appalti truccati e di un giro di soldi che finiva sempre nelle tasche delle stesse persone, e che di conseguenza rubava il futuro a intere generazioni.
Ma la cosa più interessante è il come. La Lista studentesca non ha un leader. Candidati e programma sono stati decisi nelle assemblee universitarie, e in lista non c’è nemmeno uno studente: ci sono professionisti, docenti, ex atleti, persone che non avevano mai fatto politica. I partiti di opposizione, per una volta, hanno fatto un passo indietro e hanno sostenuto il movimento invece di metterci il cappello. Il risultato è stata l’affluenza più alta da quando la Serbia è indipendente.
Ecco la lezione che dovrebbe interessarci più di tutte: le persone tornano a votare quando c’è qualcosa per cui valga la pena farlo.
Non bisogna nemmeno idealizzare. Lula oggi è un leader che ha fatto molti compromessi, e la Lista studentesca serba non si colloca nella sinistra tradizionale: è un movimento trasversale, europeista, nato contro la corruzione più che su un’ideologia. Ma è proprio questo il punto. Quello che accomuna le due esperienze non è un’etichetta, è un metodo: pochi punti fermi, coerenza, radicamento in chi paga il prezzo delle ingiustizie. Spagna, l’eccezione europea Brasile e Serbia sono due Paesi culturalmente lontani dall’Italia, e le loro esperienze sono frutto di percorsi molto distanti dal nostro. Ma in Europa c’è un caso più vicino.
L’unica mosca bianca resta forse Pedro Sánchez, che dopo mesi di pressioni politiche, una serie di inchieste che hanno colpito sua moglie e persone a lui vicine, e la grave crisi di Ceuta, ha scelto di non galleggiare. Quando il Parlamento ha bocciato i suoi decreti sulla casa, e decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Madrid contro sfratti e affitti impossibili, ha sciolto le Camere e convocato le elezioni per il 29 novembre. Ha trasformato una sconfitta parlamentare in una campagna su un tema concreto, che tocca la vita di milioni di giovani e famiglie. Può perdere, i sondaggi non lo favoriscono. Ma ha scelto di giocarsi la partita sul terreno sociale, non su quello dell’inseguimento dell’avversario. E l’Italia? In Italia questo tipo di mobilitazione elettorale si vede ormai solo in occasione dei referendum costituzionali, quando tantissime persone decidono di andare a votare anche se non si riconoscono in nessun partito, ma proprio in quella carta fondativa della nostra Repubblica nata dalla Resistenza. Quando invece si tratta di sostenere una lista o un progetto politico, è tutto molto più difficile. Alle politiche del 2022 ha votato meno di due italiani su tre, il dato più basso della storia repubblicana; alle europee del 2024 si è scesi sotto la metà.
La causa principale è una costante rincorsa al centro, che ha allontanato le persone dalle urne e dai partiti, svuotando la democrazia parlamentare della partecipazione di cui ha bisogno per restare viva. Oggi il Parlamento boccheggia, schiacciato tra la sfiducia dei cittadini e le direttive dei segretari di partito che, una volta arrivati a Palazzo Chigi, governano e legiferano per decreto, chiamando il Parlamento solo a ratificare ciò che il leader ha già deciso.
E qui c’è il paradosso tutto italiano. Il centro è il soggetto politico più corteggiato e più sopravvalutato del Paese. Lo si evoca in ogni retroscena, lo si gonfia nei sondaggi, gli si attribuisce il potere di decidere le elezioni. Poi si aprono le urne e i voti non ci sono: alle europee del 2024 né Azione né la lista di Renzi hanno superato la soglia del 4%. Eppure il racconto non cambia: la sinistra, ci dicono, vince solo se si sposta al centro.
Lo stesso vale per l’ala riformista del Pd, che ha uno spazio nei giornali e nei talk show totalmente sproporzionato rispetto al consenso che rappresenta tra gli iscritti e tra gli elettori. Ogni volta che si prova a parlare di salario minimo, di patrimoniale, di casa pubblica, di sanità da rifinanziare, ecco partire l’allarme sulla «deriva massimalista», gli editoriali preoccupati, le interviste sui rischi di perdere i moderati. Un’ostruzione costante, che non porta voti ma impedisce di costruire un programma di sinistra riconoscibile.
Il Brasile e la Serbia ci dicono il contrario. Che i voti non arrivano se provi a convincere tutti ma solo se sei chiaro e radicale, che i voti arrivano dall’enorme area di chi non vota più perché non crede che votare cambi qualcosa. Che si vince quando si sceglie da che parte stare: i salari contro la rendita, il diritto alla casa contro la speculazione, la sanità pubblica contro i tagli, la trasparenza contro il malaffare. E che la partecipazione non si convoca dall’alto: si costruisce dal basso, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle università.
La Serbia ci racconta che un grande movimento contro la corruzione, nato inizialmente dai soli studenti, può cambiare un Paese. Il Brasile ci racconta che un leader che non ha mai abbandonato le masse popolari, anche se oggi, per dirla con gli Offlaga Disco Pax: "forse un po’ annacquato il presidente Lula", ma alla fine viene ancora sostenuto da quelle stesse masse.
La sinistra italiana può ripartire da qui. Basta smettere di cercare un centro che non c’è e tornare a parlare a chi c’è, ma non vota più.